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Migliorare l’inglese con le canzoni dei Beatles

Agosto 17, 2021 by Daniel

In una di queste torride serate estive, io e il mio ventilatore ci siamo ritrovati davanti alla televisione a guardare un film leggero e divertente, di quelli perfetti per questo periodo vacanziero. Il titolo del film è “Yesterday“, proprio come la celebre canzone dei Beatles. La storia, una brillante commedia romantica inglese, è ambientata nell’Inghilterra dei giorni nostri in cui, a causa di un potente black out, il mondo si dimentica dell’esistenza della band inglese che negli anni Sessanta del secolo scorso ha fatto la storia della musica contemporanea (gli inglesi li chiamano “the Fab Four”). Tale parte di storia, viene improvvisamente cancellata: tutto quello che è venuto dopo e che è stato in modo più o meno diretto conseguente al fenomeno dei Beatles, semplicemente non esiste più. Nessuno ne ha memoria, tranne Jack, un musicista in erba in cerca di un successo che fatica ad arrivare. Inutile dire che nel film non mancano le risate, i momenti romantici e tante, tante canzoni dei Beatles.

Cosa c’entra questo film con l’imparare inglese? Un attimo di pazienza, ci arrivo subito.

Le canzoni dei Beatles che insegnano inglese (non solo la lingua)

Le canzoni dei Beatles raccontano tante storie e, tutte insieme raccontano la storia. Quella della città di Liverpool del primo dopoguerra (Eleanor Rigby) e degli anni Sessanta (Penny Lane) e con loro quella della società inglese di quegli anni di forti rivendicazioni sociali (Revolution o Yellow Submarine, diventata l’inno di protesta dei giovani contro la guerra in Vietnam).

Da un punto di vista strettamente linguistico, i testi delle canzoni dei Beatles sono semplici perché costituiti principalmente da frasi brevi e ripetute più volte. Tuttavia, sono ricche di lessico quotidiano inclusi diversi phrasal verbs come in “Hey Jude, don’t let me down” (Hey Jude) o “Life goes on, bra” (Ob-La-Di, Ob-La-Da).

Mentre guardavo (e cantavo, grazie ai sottotitoli in inglese) davanti alla televisione, mi sono resa conto di quante canzoni dei Beatles conoscessi senza realmente conoscerne il senso. Scegliere le mie preferite, cercarne il testo su Google, scoprirne di “nuove” che non conoscevo… Personalmente, ritengo che imparare l’inglese con la musica sia meraviglioso. Con le canzoni dei Beatles, poi, ancora di più.

 

P.S. Qual è la tua canzone preferita dei Beatles?

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Parlare inglese con sconosciuti: come superare il blocco

Agosto 10, 2021 by Daniel

È estate, ci sono le vacanze e le persone sono tornate gradualmente a viaggiare, chi più chi meno. Anche chi decide di “rimanere a casa”, non potrà fare a meno di respirare un po’ d’aria vacanziera per le strade delle città e dei borghi italiani. Alcuni sono frequentati da turisti stranieri che, pur essendo molti meno del solito, comunque ci sono. E cosa succede quando ci sono turisti in giro? Succede che noi italiani abbiamo finalmente occasione di parlare inglese!

Questo è più o meno ciò che mi è accaduto ieri, quando mi sono ritrovata su una spiaggia del lago Maggiore dove una coppia di amici con il loro bimbo piccolo avevano deciso di trascorrere le ferie. E di invitarmi per il weekend. A un certo punto, una loro amica ci ha raggiunto, portando con sé il suo coinquilino belga (lei vive e lavora lì da alcuni mesi), che a sua volta ha portato un amico e… insomma lo sai come funzionano queste cose.

Ecco che quindi ci siamo ritrovati in un bel gruppetto variegato, in cui l’unica lingua veicolare che per certo tutti avrebbero compreso e auspicabilmente parlato era l’inglese. Ed è lì che nella mia testa è iniziato il terrore. Il terrore di dover parlare inglese con degli sconosciuti e davanti ai miei amici!

Paura di parlare inglese

Parliamoci chiaro, so perfettamente di non essere l’unica a provare questa sensazione. Gli altri, forse, si fanno molti meno problemi di me. Oppure semplicemente, sono più abituati.

Eppure, ogni volta è la stessa storia: ho paura di non riuscire a esprimermi come vorrei, paura che non mi vengano in mente le parole, paura di non riuscire a stare al passo del discorso, paura di essere giudicata per il mio terribile accento italiano.

Come superare la paura di parlare inglese con sconosciuti (e davanti agli amici!)

Posso davvero ritenermi un’esperta. Un’esperta di questa situazione: sconosciuti stranieri da una parte, amici italiani dall’altra e un enorme blocco a parlare inglese nella mia testa.

Ecco come ho imparato a risolvere la situazione dopo anni e anni di esperienza (inclusa quella di ieri!)

  • Smettere di pensare di non esserne capace

Nel nostro cervello esiste una ghiandola che si chiama amigdala e ha la funzione di gestire le emozioni, in particolar modo la paura. Quando l’amigdala percepisce che ci troviamo in uno stato di paura, si attiva per proteggerci da questa condizione scomoda. Come? Bloccando il contatto con ciò che ci sta causando tale emozione negativa. E se la causa della nostra paura è, ad esempio, il pensiero di non essere capaci di parlare inglese o il ricordo di situazioni precedenti in cui la nostra performance non è stata, appunto, memorabile… allora l’amigdala bloccherà l’attività dell’ippocampo, quella parte del nostro cervello designato a ricordare i fatti. Ed ecco spiegato il famoso blocco, quello che ci impedisce di parlare inglese perché non ci viene in mente nemmeno come dire “the cat is on the table“. In pratica, più pensiamo di non essere capaci di parlare inglese, meno lo saremo. Per ottenere risultati migliori, dobbiamo semplicemente smettere di farlo.

  • Trovare il proprio ritmo

Un altro grave errore che facciamo quando ci approcciamo a parlare inglese con uno sconosciuto è pretendere di farlo allo stesso ritmo in cui converseremmo con lui nella nostra lingua materna, il che è semplicemente impossibile. Un atteggiamento molto più efficace è invece quello di chi fa un bel respiro e… pensa prima di parlare. E quando lo fa, lo fa seguendo il proprio ritmo. Meglio confondere chi ci sta di fronte sparando a raffica parole in inglese sconclusionate o dare al nostro interlocutore modo di comprenderci grazie a frasi semplici ma ben strutturate, in grado di trasmettere messaggi chiari e incisivi?

  • Fare parafrasi e usare perifrasi

Quando mancano le parole… ci sono le frasi! E le perifrasi 😉 Si tratta, per chi non lo sapesse, di un procedimento espressivo che consiste nel preferire un insieme di parole anziché un termine unico. Tali parole ovviamente definiscono o suggeriscono quel termine come, ad esempio, “il posto dove si paga al supermercato” al posto di “cassa” o, per dirla all’inglese “the place where you go to pay in a supermarket” al posto di…. Com’è che si dice? 😉

Parafrasare, ovvero fare parafrasi, non è un male… anzi! Si tratta di un ottimo modo per acquisire sicurezza quando è da tanto che non si parla una lingua straniera o se non si è molto abituati a farlo. Imporsi a tutti i costi di trovare “le parole giuste”, cercando la traduzione inglese di ogni termine italiano che si ha in testa è semplicemente inutile, soprattutto perché spesso non esiste un equivalente diretto tra le due lingue.

  • Usare il contesto

Infine, dobbiamo imparare a usare il contesto, perché il contesto è tutto. Senza prima comprendere di che cosa si sta parlando e quali sono le intenzioni comunicative degli interlocutori in una situazione comunicativa, sarà naturalmente impossibile prendere parola. Credo che molte persone, come ho fatto io tante volte, confondano la propria apparente incapacità di parlare con una reale incapacità di comprendere. Magari, al posto di prestare attenzione, siamo troppo impegnati a preoccuparci di come formulare la prossima frase e ci dimentichiamo che comunicare è un atto naturale (lo fanno anche gli animali e persino le piante!). Quando ci liberiamo di tutte le paure, troviamo sempre il modo per farlo.

 

Parlare inglese con sconosciuti può generare un blocco. Oppure, può diventare un’occasione in cui mettersi in gioco, trasformandosi in un’esperienza ricca di quelle difficoltà che rendono le esperienze interessanti e memorabili.

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Come si pronuncia “ch” in inglese?

Agosto 6, 2021 by Daniel

Quando mi troverò a Londra, potrà capitarmi di chiedere indicazioni per una scuola di lingua e magari di ordinare un’insalata con i pomodorini per la pausa pranzo.

Dovrei quindi affrontare la pronuncia della parola school (scuola, come sai) e della parola cherry (cherry tomatoes sono i pomodorini “a ciliegina”).

Entrambe queste due parole contengono lo stesso gruppo “ch“, eppure si pronunciano diversamente:

school / skuːl / – suono “duro”

cherry / ‘tʃeri / – suono “dolce”

Parole inglesi che contengono “ch”

Il gruppo “ch” in inglese è uno di quelli che mi mette più in crisi, ma anche uno di quelli che mi ricorda che l’inglese non è così prevedibile come pensavo.

Il gruppo “arch”

Ho incontrato il gruppo “arch” diverse volte nelle ultime settimane. Per esempio leggendo pagine di storia su Wikipedia (qui scopri perché qualsiasi cosa io digiti sul mio smartphone, genera risultati in inglese) mi sono imbattuta nella parola archbishop (archivescovo).

In questi giorni, poi, alla tv trasmettono i giochi olimpici. Mentre guardavo la gara di Lucilla Boari, in sovrimpressione sullo schermo del mio televisore leggevo la scritta: archery (tiro con l’arco).

Questi due suoni sono da pronunciarsi come “dolci”:

archbishop /ˌɑːrtʃˈbɪʃəp/

archery /ˈɑːrtʃəri/

Diverso è il caso in cui il gruppo “arch” precede la vocale “i“.  Per esempio come pronunceresti questa frase?

There are so many wonderful creative works from the architect in the archive.

Ci sono così tanti meravigliosi lavori creativi dell’architetto nell’archivio.

Sì, al contrario di prima, entrambi i suoni sono “duri”:

architect /ˈɑːrkɪtɛkt/

archive /ˈɑːrkaɪv/

Il gruppo “cha”

Domanda da un milione di dollari: come si pronuncia la parola character (personaggio)? Io ti devo confessare che l’ho sempre sbagliata, pensando che la sua pronuncia fosse la stessa di charter (il volo privato) o chamber (camera). E invece:

charter /ˈtʃɑːrtər/ – suono “dolce”

character/ˈkærɪktər/ – suono “duro”

Il gruppo “cho”

E che dire di un gruppo di coristi che si concedono una bella cioccolata calda dopo un concerto invernale?

Bisognerebbe fare attenzione a raccontare questa storia a un inglese, perché choir si pronuncia diversamente da chocolate! Il primo suono è “duro”, mentre il secondo è “dolce” (e certo, è cioccolato!):

choir /ˈkwaɪər/

chocolate /ˈtʃɒklət/

Differenze di pronuncia tra inglese britannico e americano

Infine, aggiungiamo una difficoltà in più, di cui ero completamente all’oscuro fino alla settimana scorsa.

Mi è capitato, infatti, di prendere un treno dopo tanto tempo e di sorprendermi a prestare attenzione ai messaggi registrati e trasmessi dall’altoparlante della stazione.

Ebbene, con mia grande sorpresa, ho realizzato che la parola schedule (orario) veniva pronunciata in un modo completamente diverso da quanto mi ricordassi, per poi scoprire che la stessa parola presenta due versioni: una in inglese britannico e una in inglese americano:

schedule /ˈʃɛdjuːl/ – inglese britannico (suono “dolce”)

schedule / skejəl /– inglese americano (suono “duro”)

Sono certa che potrei andare avanti ancora a lungo, ma ti confesso che le mie scoperte per oggi si fermano qui. Se vuoi aggiungere le tue su questo tema, ti invito a lasciare un commento!

A dire il vero, ho in serbo l’ultima grande scoperta della giornata: per imparare l’inglese, la cosa migliore da fare non è sempre studiare… ma esporsi alla lingua il più possibile.

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5 buone abitudini per imparare inglese ogni giorno gratis

Luglio 27, 2021 by Daniel

Venerdì sera ero a cena con le mie amiche. A un certo punto una di loro ha raccontato di un’emozionante escursione sul ghiacciaio dell’Adamello, la stessa percorsa da Papa Wojtyła insieme al Presidente della Repubblica Italiana. Quale? Le abbiamo domandato incuriosite, ma lei non si ricordava più. Così, da brave “millenials” padrone del nostro tempo (ma un po’ meno di quello antecedente alla nostra nascita) abbiamo chiesto aiuto a Mr. Google (lo sapevi che gli inglesi dicono così?). Una volta che i risultati della ricerca sono comparsi sullo schermo del mio smartphone, osservato anche dalla mia vicina di sedia, quest’ultima mi ha guardata stupita: “Ma hai il telefono in inglese?”

1. Impostare la lingua del tuo smartphone in inglese

Avevo dimenticato di averlo fatto, ma sì! Ho impostato la lingua del mio smartphone in inglese. Lo avevo fatto inizialmente per forzare l’intromissione della lingua nella mia quotidianità e, dopo un po’ di scomodità iniziale (cercando contenuti principalmente legati all’Italia, mi capitava di ottenere informazioni scarse in inglese) alla fine mi sono abituata e ne ho colto pure i benefici. Al di là della gratuità di tale abitudine settimanale per praticare l’inglese, ho infatti ottenuto anche maggiore chiarezza grazie alla sinteticità delle notizie in lingua inglese.

2. Usare software in lingua originale

Se anche tu come me passi gran parte della giornata davanti allo schermo di un computer, pensa a quante occasioni di praticare inglese gratuitamente ti ritrovi letteralmente davanti agli occhi! Prendiamo i programmi che utilizzi quotidianamente: software gestionali, di prenotazione o di amministrazione. Io ad esempio utilizzo WordPress, il CMS che mi permette di pubblicare l’articolo che stai leggendo in questo momento. Ho deciso di scaricarlo in inglese, invece che in italiano, cosa che mi ha permesso di acquisire del lessico specifico che certamente mi tornerà utile in futuro, in caso dovessi sostenere un colloquio di lavoro per un’azienda internazionale. Forse ti sembrerà banale, ma saper usare “dashboard” invece di “bacheca” è già un ottimo punto di partenza.

3. Leggere prima di tutto le notizie in inglese

Non so tu, la prima cosa che faccio la mattina dopo colazione (anzi, durante) è leggere o ascoltare le notizie per cercare di capire cosa stia succedendo nel mondo. Ebbene, perché non farlo in inglese prima che in italiano? All’inizio sarà senz’altro difficile: non si riuscirà a capire tutto e si sarà costretti a recuperare notizie in italiano per comprendere davvero la situazione. Con il tempo, però si inizierà a familiarizzare con il lessico specifico dei giornalisti, anche grazie al contesto. Si arriverà a un punto in cui non si avrà più bisogno di un “secondo giro” in italiano.

4. Cambiare la lingua dei film in inglese

Ci sono tantissimi bei film italiani che si possono guardare gratuitamente sulla tv in chiaro o su Rai Play, senza contare tutti quelli accessibili tramite la tua piattaforma in streaming preferita. E se provi piacere a fruire di tali contenuti in lingua originale, perché non provi a fare lo stesso con i film americani o inglesi? Spesso infatti, nel doppiaggio si perde inevitabilmente la ricchezza di una lingua, fatta di giochi di parole e di riferimenti culturali che solo la lingua originale può lasciare intendere. Inoltre, si tratta di un “esercizio di inglese semplificato”, poiché il video offre un supporto all’audio notevole. Se vuoi, prova prima con i sottotitoli in italiano, poi passa all’inglese e poi toglili del tutto. Fa la differenza, vedrai!

5. Seguire profili social che “parlano” inglese

Ogni giorno teniamo in mano un mondo di informazioni e di relazioni: il nostro smartphone. Perché quindi non provare a ottimizzare tutte le sue potenzialità, trasformandolo nel più potente eserciziario che esista per imparare inglese? Tramite lo smartphone puoi infatti scrivere messaggi via chat a persone che vivono dall’altra parte del mondo (o anche solo dall’altra parte del Canale della Manica), puoi seguire profili su Instagram in grado di farti viaggiare e fruire gratuitamente di una serie di didascalie e di video (le famose “stories”) autentici. Concentrati sui temi che più ti interessano e cerca di accedervi attraverso la lingua inglese. Non c’è metodo migliore per allenare la memoria, se non trovare ciò che davvero ti appassiona.

Queste erano le 5 buone abitudini per imparare inglese ogni giorno gratis che utilizzo nella mia quotidianità. Mi ha fatto piacere condividerle con te e mi farebbe ancor più piacere sapere quali sono le tue attraverso un commento.

Noi ci sentiamo la prossima settimana! Nel frattempo, perché non dai un’occhiata agli altri articoli?

PS. Il Presidente della Repubblica che amava andare in montagna con Papa Giovanni Paolo II era Sandro Pertini. Così mi ha detto Mr. Google… in inglese 😉

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Tre libri che mi hanno insegnato l’inglese inaspettatamente

Luglio 19, 2021 by Daniel

Ora ti confesserò un segreto: non sono una grande lettrice, né in italiano, né in un’altra lingua. Faccio fatica a concentrarmi, a rilassarmi, a immergermi nella storia. Di solito, ci riesco solo quando mi sento un po’ triste, nelle giornate uggiose o negli inverni lunghi. Il resto delle volte, sono impegnata a tenere a freno le idee che mi frullano per la testa, il che richiede una gran quantità di energia. Per la lettura, me ne rimane ben poca.

Eppure, ci sono stati dei periodi in cui è successo quello che sento sempre raccontare dai lettori più accaniti: che sono i libri a sceglierci. Secondo questo principio, non siamo noi padroni delle nostre scelte, ma inconsapevoli pedine nelle mani (o forse “nelle pagine”) di uno stormo di libri (ovviamente si tratta di esseri volanti, altrimenti a che servirebbero le copertine rigide?) dal quale si distacca un esemplare per planare proprio sul nostro comodino.

Mi pare quindi ragionevole pensare che, dal momento che non ci è concesso decidere il titolo del volume, lo stesso valga per la lingua in cui la storia è scritta.

Probabilmente è così che, all’eta di 18 anni o giù di lì, mi sono ritrovata tra le mani “Harry Potter and the Philosopher’s Stone“.

La storia la conoscevo bene (da bambina ero decisamente una lettrice migliore) attraverso le parole della traduzione italiana che mi aveva accompagnata fuori dall’infanzia, anno dopo anno, seguendo le stesse fasi di crescita di Harry, Ron e Hermione. Tuttavia, non mi ero mai confrontata con quel mondo narrato in lingua originale, portatore di suggestioni e giochi di parole che in inglese sono semplicemente… da leggere.

Se la storia non ti è familiare o sei tra gli scettici (lo so che nel 2021 siete ancora in tanti, ma tranquilli… supereremo anche questa!), non temere: per comprenderla non dovrai averla prima letta in italiano, né tantomeno aver guardato il film.

Devi sapere, infatti, che J.K. Rowling aveva pensato inizialmente il primo volume della saga come una storia per bambini. Il risultato è che il libro è breve, il linguaggio è semplice e ti ci appassionerai prima che tu riesca a dire “babbano”. Anzi, “muggle“.

Il secondo libro di cui vorrei parlarti (anche lui, capitolato nella mia vita senza preavviso) è “Girl with a pearl earring” dell’autrice americana Tracy Chevalier. Ideale per gli amanti dei libri a sfondo storico, una volta che ci si abitua al lessico utilizzato dalla scrittrice, la strada è tutta in discesa. Con le sue 258 pagine, questo libro è in grado tanto di avvicinare il lettore alla ricchezza di linguaggio con cui viene dipinto il mondo di una talentuosa domestica, quanto di spingerlo in un viaggio fino al museo Mauritshuis dell’Aia, per vedere da vicino uno dei capolavori più stupefacenti del pittore Johannes Vermeer.

Infine, con l’età adulta ho risolto l’arcano. I libri non ci scelgono per qualche strano trucco del destino, ma frequentano corsi di economia e marketing strategico. Non c’è altra spiegazione a riprova del fatto che hanno saputo esattamente in quale strada infilarsi per raggiungermi e cioè nelle parole di Michela Murgia, che in un episodio del podcast “Morgana” mi ha raccontato delle sorelle Brontë spingendomi a cercare subito una versione di “Jane Eyre” in lingua originale.

A dire il vero, la storia che ha reso famosa Charlotte Brontë al grande pubblico, la sto ascoltando su un’app di audiolibri. Capitolo dopo capitolo (sono 32 in tutto), mi immergo nella vicenda della piccola Jane mentre cucino o faccio una passeggiata, simpatizzando con le lettrici vittoriane che fecero la sua conoscenza quasi duecento anni prima di me.

Ascoltarlo non è difficile: le descrizioni interrompono spesso la storia e rallentano il ritmo della narrazione a una velocità ideale per chi non “mastica” ancora la lingua alla perfezione. Le ridondanze e il linguaggio formale rappresentano un importante supporto alla memorizzazione e alla comprensione. E poi, te lo devo dire, i personaggi per me sono tutt’altro che noiosi.

Questi sono i tre libri che mi hanno insegnato l’inglese inaspettatamente. Beh, un po’ più di quanto ne sapessi prima… ma sicuramente in un modo molto più interessante.

E tu? Hai mai letto o ascoltato un libro in inglese? Se sì, sono tutt’orecchi! Scrivimelo in un commento… Si sa mai che mi venga voglia di leggere un po’ più spesso 😉

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Percezione e realtà

Luglio 14, 2021 by Daniel

Qualche giorno fa, mi lamentavo con un amico al telefono.

– Non ho mai tempo di fare quello che voglio!

Per la cronaca, quello che vorrei in questo momento è imparare inglese in fretta.

Ti ho già raccontato che mi trasferirò a Londra e di come mi senta insicura fuori dalla mia bella zona di comfort. Ricordo anche di averti appioppato un discreto spiegone sull’importanza di esporsi alla lingua inglese quotidianamente.

Ebbene, il percorso si sta rivelando più complicato del previsto… se di percorso si può parlare.

Voglio dire, per essere definito tale, un percorso dovrebbe avere certe caratteristiche… No?

Prima di tutto una partenza e una fine (o perlomeno una destinazione, un obiettivo). Poi, immagino che debba avere delle tappe (l’anno scorso ho percorso a piedi la “Via degli Dei” tra Bologna e Firenze, ma mica tutta in una volta!).

Le tappe dovrebbero essere collocate a una certa distanza l’una dall’altra, diciamo un certo numero di chilometri da lasciarsi orgogliosamente alle spalle una volta arrivati.

Ecco, io ho come la sensazione di essere sempre indietro, di non aver fatto abbastanza, di fermarmi troppo a lungo a riposare… Certe volte mi convinco di non averlo nemmeno iniziato, quel cammino!

– Perché non tieni traccia di come usi il tuo tempo?

Il mio amico, era ancora lì.

– No, guarda, io il pomodoro lo uso per cucinare e tutti gli altri usi li lascio volentieri a Francesco Cirillo.

– Ma ti basta un foglio di lavoro, o una tabella, quello che vuoi! In una colonna ci metti la data e nelle altre tutte le attività che vuoi monitorare.

Il mio amico non mi convince del tutto, tuttavia, il giorno dopo mi ritrovo a seguire il suo consiglio e a creare un foglio di lavoro sul Google Drive (per intenderci, quelli con l’icona verde, che funzionano come Excel).

Decido di concentrarmi sull’ambito lavorativo e di creare diverse colonne, nominandole in questo modo:

– scambio di email

– pianificazione

– ricerca materiale

– scrittura articoli

– riunioni

– praticare inglese

Per una settimana mi impegno a utilizzare lo strumento, inserendo un numero nella cella che incrocia la data e la colonna corrispondente. Ad esempio, ogni mattina dopo la mia consueta passeggiata (quella che faccio prima che il sole scaldi l’asfalto a 200 gradi), rientro in casa e scrivo 0,5 nella cella “praticare inglese” poiché, mentre cammino, ascolto la radio della BBC per 30 minuti.

Qualche volta, riesco a leggere un articolo o una mail in inglese e magari alla sera proseguo una delle mie serie preferite (per la prossima stagione di The Crown ci vuole ancora un po’, ma per fortuna sta per uscire la nuova di Atypical!). In questi casi, il numero delle ore di pratica giornaliera ammonta addirittura a 3.

Alla fine della settimana, creo un riga sotto tutte le attività e calcolo il totale per ciascuna attività e il totale complessivo.

Mi sorprendo.

Realizzo di aver utilizzato moltissimo tempo per gli scambi tra colleghi di lavoro (riunioni e email) e molto meno per la scrittura degli articoli (nonostante sembra che sia diventata più veloce di quanto pensassi!)

E poi, la rivelazione: non solo sono riuscita a trovare il tempo per praticare inglese, ma il tempo dedicato a tale attività eccede persino quello di altre!

In una settimana, studio di più e lavoro di meno… Meno di quanto pensassi.

E se la percezione della realtà fosse diversa dalla realtà stessa?

A te la parola! | Leggi gli altri articoli

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Maledetti Phrasal Verbs!

Giugno 25, 2021 by Daniel

Come ti ho raccontato qualche settimana fa, mi sto preparando a un viaggio in Inghilterra.

Dopo un momento di panico iniziale, ho fatto un bel respiro e mi sono detta “Non puoi imparare inglese in un mese… ma nemmeno in due o tre”.

Quindi, nei momenti liberi, faccio quello che posso. L’importante è farlo tutti giorni, mi sono detta.

Per esempio, ho iniziato ad ascoltare il bellissimo podcast di Ariel Goodbody su Spotify, dove le storie che scrive e racconta sono divise per livello. Dato che, con questo caldo, correre mi risulta complicato, lo faccio mentre cammino e mi pare un ottimo compromesso.

Nel weekend, invece, mi regalo una lettura in inglese. Sul sito Easyreaders.org ce ne sono un sacco, anche queste divise per livello. Oppure, quando mi sento coraggiosa, ascolto solo la versione audio disponibile gratuitamente su SoundCloud.

Fin qui, tutto bene. Dopotutto, si tratta di materiale semplificato da insegnanti di inglese e pensato appositamente per apprendenti.

I problemi sono cominciati quando, presa da uno slancio di autostima, ho creduto di poter passare direttamente alla fruizione di notizie in inglese, solo in inglese. Volevo applicare la metodologia CLIL alla mia vita quotidiana, come ti raccontavo in questo articolo.

Risultato? La mia autostima non solo si è abbassata di almeno 10 punti, ma quei 15 minuti di grande fatica non mi sono serviti a un granché: neanche a dirlo, ho dovuto ricorrere a un giornale italiano per capire davvero cosa stessa accadendo nel mondo.

Predico bene e razzolo male? Totalmente.

Per cercare di comprendere quale fosse la ragione del mio fallimento con la radio britannica, ho chiesto aiuto a un mio amico inglese.

“Il problema sono i maledetti phrasal verbs!” gli ho detto tutto d’un fiato.

Mi è uscita così e così ne ho acquisito consapevolezza.

Quello che non mi aspettavo è stata la sua reazione.

“Cosa sono i phrasal verbs?” mi ha chiesto.

Cosa sono i phrasal verbs

I cosiddetti phrasal verbs, che in italiano spesso vengono chiamati “verbi fraseologici” ma che in realtà si traducono come “verbi sintagmatici”, sono dei verbi che si compongono di più elementi e che vengono usati specialmente nelle forme più colloquiali di una lingua.

Alcuni esempi di verbi sintagmatici in italiano sono “andare giù”, “tirare su”, “venire fuori”, “mettere sotto”.

Alcuni esempi di phrasal verbs in inglese sono make up, go on, look into, get rid of…

“Aaah!” ha esclamato il mio amico inglese.

Ovviamente lui i phrasal verbs li conosce eccome, semplicemente non li ha mai studiati… li sa e basta.

Il mio amico ha poi fatto una ricerca e mi ha inviato una bella spiegazione dei phrasal verbs a cura del British Council.

Da brava studentessa di inglese, mi sono quindi letta tutta la pappardella e ho così scoperto che i phrasal verbs in inglese possono essere separable oppure non-separable e che possono anche essere formati da tre parole (cioè avere two particles).

La pagina include anche due esercizi pratici. Li ho fatti e ho ottenuto un risultato di 8/8 in entrambi i casi.

Ma quindi mi è bastato studiarmi “la regolina” per imparare i phrasal verbs in inglese una volta per tutte?

A dire il vero, ne dubito. Però ammetto che non sia stato difficile, anche se il più delle volte non mi ricordavo l’esatto significato del verbo e non ero nemmeno certa di come classificarlo… però mi suonava bene.

Da qualche parte nella mia testa, devo aver recuperato frasi di libri, battute di film e, chissà, forse anche notizie sentite alla radio.

La prossima volta che proverò ad ascoltare le notizie della BBC non mi aspetto di cogliere il significato di tutti i phrasal verbs che incontrerò. Forse però, quando riuscirò a riconoscerne uno, mi farà un po’ meno paura e chissà che un giorno non mi entri in testa anche lui… il maledetto phrasal verb.

***

E tu? Com’è il tuo rapporto con i phrasal verbs in inglese? Se ti va, raccontalo in un commento e, se vuoi, leggi altri consigli per imparare inglese.

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Repetita iuvant: la ripetizione per memorizzare l’inglese

Giugno 16, 2021 by Daniel

Se c’è una frase che mi è rimasta impressa dalle lezioni di latino del liceo, questa è Repetita iuvant.

La professoressa soleva usarla per canzonare l’intera classe quando un concetto proprio non ci entrava in testa e lei, piuttosto scocciata, era costretta a ripeterlo.

Anche mia madre amava rammendarmela, quando cercava inutilmente di aiutarmi a tradurre le versioni di latino e io immancabilmente mi dimenticavo le regole di grammatica.

Il risultato? Ora so bene cosa significa e tendo a utilizzarla in diverse occasioni. Perché “ripetere fa bene” e fa anche fare una certa figura, quando il concetto finalmente ti è entrato in testa!

Ieri, mentre passeggiavo all’ora del tramonto, ho scelto questa storia in inglese sulla mia app di SoundCloud. Mentre la ascoltavo, mi distraevo spesso. Pensavo: “non ho capito questa parola” – e poi: “Ma mi ricorderò qualcosa di tutto ciò?”. (Sì lo so, questo è un pessimo atteggiamento per un apprendente di lingua inglese.)

Così, ho premuto il tasto “stop” e ho ricominciato da capo. Poi mi sono lasciata andare, cercando di immergermi nella storia e di non preoccuparmi se non capivo qualche parola o persino intere frasi! Piano piano, sono riuscita a visualizzare il contesto e a seguire la storia fino alla fine.

Non ho capito tutto.

E forse è proprio per questo che oggi la storia mi è tornata in mente diverse volte (con le buone storie, succede sempre così, ci hai mai fatto caso?).

Così, ho deciso di ritornarci su: volevo scoprire se le mie intuizioni fossero giuste.

Questa volta, però, ho scelto di leggerla. Non ci ho messo molto, perché ancora una volta non mi sono soffermata sulle parole che non conoscevo. Tuttavia, queste parole erano meno sconosciute, più familiari perché le avevo già sentite ieri.

Per oggi basta così, non voglio esagerare. Domani però, ascolterò di nuovo la storia. Il giorno dopo proverò a leggerla di nuovo e questa volta cercherò sul dizionario quello che proprio non sono riuscita a capire.

Avrò passato una settimana sulla stessa storia? Sì.

Ne sarà valsa la pena? Sì, ma non è una gran pena: non più di mezz’ora del mio tempo, ogni giorno.

Perché, come ho imparato… Repetita iuvant.

 

E tu? Sei veloce a memorizzare o hai bisogno di molte ripetizioni?

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Perché dovresti sapere cos’è la metodologia CLIL

Giugno 11, 2021 by Daniel

Qualche tempo fa ti ho parlato di un’urgenza che mi riguarda. O meglio, della sua possibilità: la possibilità di partire per un viaggio in Inghilterra, per il quale devo imparare inglese velocemente.

Per darmi un metodo, ho fatto alcune ricerche e mi sono imbattuta nell’approccio metodologico chiamato CLIL.

Mentre scoprivo cosa fosse, mi sono resa conto di averlo già provato alle scuole superiori (ho frequentato un liceo linguistico) e che – effettivamente – le lezioni in CLIL sono quelle che più mi sono rimaste impresse nella memoria.

Che cos’è la metodologia CLIL?

La definizione di CLIL sul sito del Miur è la seguente:

CLIL (Content and Language Integrated Learning) è un approccio metodologico rivolto all’apprendimento integrato di competenze linguistico-comunicative e disciplinari in lingua straniera.

In poche parole, significa imparare una materia non-linguistica (letteratura, storia, arte…) in una lingua straniera. In parole ancora più semplici: la lingua non è il fine, ma il mezzo.

Esempi di insegnamenti in CLIL

Ricordo bene i corsi di arte in inglese, mi piacevano moltissimo. In classe, non solo ammiravamo i dipinti di William Turner, ma ne leggevamo le interpretazioni in inglese.

E poi che soddisfazione leggere un intero libro in inglese (lingua originale), che raccontava la storia di una domestica al servizio del famoso pittore Vermeer. La donna, secondo il romanzo di Tracy Chevalier, sarebbe diventata il soggetto del famoso dipinto “Ragazza con l’orecchino di perla”.

È così che ho imparato a conoscere l’arte del pittore olandese, mentre il mio vocabolario inglese si ampliava (ho imparato parole come maid, cioè domestica, ma anche tanti nomi di verdure come leek, cioè porro).

Applicare la CLIL alla vita quotidiana

Oggi l’insegnamento di una disciplina non linguistica (DNL) in una lingua straniera è obbligatorio nell’ultimo anno dei Licei e degli Istituti Tecnici, mentre nei Licei Linguistici lo si fa già per due discipline a partire dal terzo e quarto anno.

Se anche tu come me hai finito la scuola da un pezzo, ci sono buone notizie: puoi applicare la metodologia CLIL al tuo personale percorso di apprendimento di una lingua straniera come l’inglese.

Ci sono tanti modi in cui puoi fare questo e qui vorrei parlarti dei tre che, secondo me, sono i più interessanti.

  1. CLIL per ambienti: il criterio è spaziale. In cucina si parla sono inglese e per cucinare si cercano solo ricette scritte in inglese, mentre si lavano i piatti si ascolta un podcast in inglese e così via.  La stessa cosa può essere fatta in sala: tutto ciò che si fa in quella stanza (chiacchierare, ascoltare musica, leggere un libro) lo si fa in inglese.
  2. CLIL per momento della giornata: il criterio qui è temporale, più che spaziale. Per esempio: la mattina si legge il giornale in inglese, poi si ascolta la radio in francese, la sera si guardano solo film in tedesco e nel weekend i documentari in spagnolo.
  3. CLIL per attività: se invece vuoi imparare solo inglese, come nel mio caso, potresti scegliere una o due attività da fare solo in inglese. Per esempio vuoi leggere un libro? Niente italiano, solo libri in inglese!

Cosa ne pensi della metodologia CLIL? L’hai mai provata più o meno consapevolmente? Sono molto curiosa di conoscere la tua esperienza, perché sono certa che saprai darmi ulteriori consigli su come applicarla alla vita quotidiana.

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Anderstend?

Giugno 1, 2021 by Daniel

L’altro giorno mi è capitato di ascoltare la conversazione che un mio collega stava avendo in inglese con qualcuno, tramite videoconferenza. Ogni volta che finiva una frase ripeteva al suo interlocutore: Anderstend? 

Mi è scappato un sorriso. Ho pensato subito che stesse cercando di tradurre qualcosa che diciamo in italiano, ma che in inglese probabilmente non si dice. Capito? Voleva forse dire il mio collega.

Subito dopo, però, il sorriso mi è sparito dalle labbra. Ho infatti provato mentalmente a trovare un modo migliore per esprimere quella volontà comunicativa e cioè verificare che quello che si sta dicendo sia compreso dall’altra persona, una cosa molto importante durante una riunione di lavoro. Ma come?

Forse sarebbe stato più appropriato dire Do you understand? (Ma non suona un po’ troppo diretto?)

Allora meglio dire Understood? (Ma non sono sicura che si possa evitare di dire la prima parte del verbo)

Poi, mi sono venute in mente due formule che devo aver sentito da qualche parte, forse in una serie televisiva o forse dal mio insegnante di inglese, durante una delle nostre lezioni online:

Do you follow me? Are you with me?

Ma come si fa a imparare (bene) l’inglese?

Questo episodio mi ha portata a domandarmi come si possa imparare inglese in modo autentico, ma soprattutto da dove si debba cominciare.

Ho scoperto che esistono varie scuole di pensiero.

Le più tradizionali partono sempre dalla grammatica. E non importa quanti anni l’abbiamo tutti studiata a scuola, chi meglio e chi peggio, perché ci saranno sempre regole che non ci ricordiamo più ed errori tipici che tutti gli italiani fanno.

Studi più recenti hanno dimostrato l’efficacia di procedere per deduzione: a partire da un input si prova a dedurre la regola in modo autonomo (questo approccio educativo è chiamato “globale”). Se ci pensi, è un po’ quello che è successo a me: mi è venuto in mente qualcosa che, inconsapevolmente, ho appreso per imitazione, senza studiare prima.

Non esiste un approccio migliore dell’altro e non è nemmeno detto che non si possa adottare una combinazione dei due. Imparare una lingua è un percorso fatto di tentativi ed errori, per citare Popper. E ognuno di noi è diverso, lo dice la teoria delle intelligenze multiple di Gardner e lo dice il fatto che non saremo mai concordi su quale sia la ricetta “giusta” del tiramisù.

E a me piace pensare all’inglese come a un tiramisù, che può venire bene in tantissimi modi diversi, dobbiamo solo trovare la nostra ricetta.

PS. Prima di salutarti, sono molto curiosa… tu che cosa avresti detto al posto del mio collega?

Se ti va, fammelo sapere in un commento. Anderstend?

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